Taccuino Digitale

Blocco di appunti per pensieri e disegni

Se hai la minigonna, te la sei cercata se hai i jeans, sicuramente ci stavi se sei bella, provochi se sei brutta, devi solo ringraziare e di’ la verità, che sotto sotto ti è piaciuto.

Se alzi la voce, era una sfida se non dici niente, non ti sei opposta se hai una vita avventurosa, sei promiscua sei sempre a casa, troppo ingenua e di’ la verità, che l’avevi sempre sognato.

Se è stato il tuo compagno, eri consenziente se sono stati gli amici, vuoi vendicarti di qualcosa se è stato un parente, vuoi rovinargli la vita se lo conoscevi, scema tu che ti sei fidata se era uno sconosciuto, non dovevi essere da sola e di’ la verità, che speri di guadagnarci.

L’uomo è razionale, la donna è emotiva, non potrà mai dirigere un’azienda. In queste situazioni però è diverso, è la natura, l’istinto, un uomo non può resistere. E comunque, è sempre tutta colpa tua.

#poesie

Ogame

Ho ritrovato il vecchio sito dell’alleanza di OGame, un browser game strategico sull’esplorazione spaziale, a cui giocavo poco meno di una decina di anni fa.

I miei amici avevano creato un’alleanza, a cui mi ero poi unita, e uno di loro, Matteo, aveva creato un sito dedicato al nostro gruppo, con una breve scheda introduttiva per ciascun membro.

Con lo scopo di conservare un pezzo di antiquariato, ecco la scheda introduttiva che avevo scritto:

Melyanna

“Spazio, ultima frontiera. Questi sono i viaggi della nave stellare Enterprise. La sua missione è quella di esplorare strani nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare dove nessuno è mai giunto prima.

Diario del capitano. Data astrale 9801.1…”

Un “click” e il proiettore olografico da parete a basso consumo di deuterio si mette in stand-by, passando dal ventiseiesimo episodio di Star Trek allo screen saver di un acquario popolato da rarissime tartarughe trifronti del pianeta Oroiboos. “Salve, viaggiatori! Perdonatemi, ero distratta da questa oloproiezione di una serie del Vecchio Mondo, quella in cui degli esseri umani con indosso un brutto pigiama vanno in giro nello spazio”.

Una giovane donna si alza dalla comoda poltrona vintage e i monili intrecciati nei capelli tintinnano quando saluta con un cenno della testa.

“Mi chiamo Melyanna Laurindil, benvenuti nel mio pianeta, Domhan”.

La donna si avvicina, sorridendo e tendendo una mano dalla carnagione lattea, su cui spicca un anello con un sigillo a forma di slip.

“Come forse saprete, sono un diplomatico e oltre a governare questo bellissimo pianeta, sono il portavoce dell’alleanza interplanetaria della Mano di Dio, comandata dallo Re, il supremo Stratosfericus I ”.

Un breve inchino e ricomincia a parlare:

“Vedo che avete notato il mio sigillo! Dovete sapere che ho ereditato il pianeta da mio nonno, presidente della più grande catena intergalattica di negozi di biancheria intima.

Non sono io a occuparmi dell’azienda, ci pensa mio fratello: non avete idea di quanto sia complicato gestire articoli studiati per tutte le 600 specie intelligenti conosciute… e parlo solo di quelle che respirano ossigeno! Ora stiamo studiando una linea anche per una specie non ox, ma abbiamo qualche difficoltà a conciliare uno stile sofisticato con l’alto numero di peduncoli tipico delle forme di vita che respirano azoto…”

Una breve pausa per studiare l’espressione degli ospiti;

“Ah, ma vi sto annoiando con questi dettagli sull’azienda! Prego, accomodatevi: vi offrirò un po’ di ottima Fink Brau proveniente da Gezworld e del vino del Tethyr che mi ha mandato Kannadulf da Waukeen”

La donna estrae da un frigorifero una bottiglia la cui etichetta reca scritto “Vino del Tethir” e la posa su un tavolino, quando una scarica di note di chitarra elettrica irrompe nell’aria.

“Oh, scusate, vi devo lasciare! Ho una videochiamata intergalattica da Beholder! Prego, sedetevi pure, potete sempre guardare Star Trek mentre mi aspettate; non ci metterò molto: le videochiamate intergalattiche sono costosissime”

Detto questo, Melyanna si volta ed esce dalla stanza. La sua voce risuona da lontano:

“Ciao tesoruuuuucciooooooo……”

Immagine in CG di un pianeta azzurro su uno sfondo stellato Il pianeta di base di Melyanna Laurindil

Nota: l’immagine in evidenza è uno screenshot preso dal sito di OGame.

#amarcord #ogame #videogiochi

Screenshot di Twine

Le avventure di Maru e Mara è un piccolo esperimento che ho creato un po’ di tempo fa usando Twine 2.0 e che non avevo mai condiviso prima, nella speranza di perfezionarlo.

Twine è un sistema che permette facilmente di creare storie interattive, molto simili come principio a i vecchi librogame di Lupo Solitario. La complessità dei giochi che si possono creare con Twine può variare molto, dal semplice testo interattivo, a veri e propri videogiochi.

L’immagine di copertina mostra la struttura del gioco nell’editor di Twine, e penso sia già visibile, a colpo d’occhio, come Twine possa essere usato non solo per creare avventure testuali e testo interattivo, ma anche per studiare e pianificare le meccaniche di gioco da implementare poi in editor più complessi.

Le avventure di Maru e Mara si colloca a metà tra testo interattivo e videogioco vero e proprio: si tratta infatti di una specie di gioco di ruolo testuale, ispirato ai classici giochi di ruolo giapponesi a turni.

Il gioco non è finito, ed è più che altro un esperimento, ma mi piacerebbe iniziare a condividerlo e (spero) raccogliere un po’ di feedback.

Nota: cliccando su “Home” infondo alla pagina del gioco, si finisce nel mini sito che contiene tutti i miei esperimenti (incompiuti) creati con Twine.

#progetti #twine #videogiochi

“Il re è morto. Lunga vita al re!”

I cori dei cittadini salivano dalle strade e dalle piazze, raggiungendo persino gli appartamenti reali, nella torre più alta del castello.

Dentro alla torre, tra pesanti arazzi e mobili di legno pregiato, tutto era immobile, come in un quadro.

Le luci soffuse delle lampade a olio si riflettevano sulle armature delle guardie schierate intorno alla stanza, brillavano sui bordi dorati delle casacche dei paggi e illuminavano il volto pallido e solenne della regina madre, seduta accanto al baldacchino. A terra, nel cono d’ombra proiettato dal letto, si scorgevano appena le figure di due giovani inginocchiati, una col volto appoggiato alla spalla dell’altro. Due cani da caccia sedevano col muso appoggiato alle ginocchia del giovane e lo guardavano con aria preoccupata.

Al centro della stanza, nel baldacchino, giaceva il corpo immobile del re. Gli occhi chiusi e l’espressione serena avrebbero potuto suggerire che stesse dormendo, se non fosse stato per il pallore innaturale delle guance scavate. I capelli e la lunga barba argentea erano stati intrecciati e cosparsi d’olio profumato, com’era d’usanza per le cerimonie funebri.

Il re si era spento nel sonno, logorato da una lunga malattia che gli aveva indebolito il corpo, ma lasciato la mente lucida e reattiva fino alla fine. Era una morte attesa, la sua, ma non per questo meno dolorosa per la sua famiglia.

“Il re è morto. Lunga vita al re!”

I cori e le processioni dei cittadini erano una manifestazione di rispetto verso il re uscente e verso quello che ne avrebbe preso il posto, ma sembravano parole crudeli alle orecchie della famiglia reale. La regina madre avrebbe voluto chiudere tutte le finestre, sigillare il castello, isolarsi dal mondo.

Ricacciò invece questi pensieri in un angolo della sua mente, si alzò e si diresse verso i due figli, abbracciandoli e porgendo la mano al ragazzo, il maggiore dei due, con l’ultimo gesto materno che si sarebbe potuta concedere: adesso era lui il re, e lei avrebbe dovuto seguire il protocollo e mostrare deferenza.

Il giovane si alzò, si sistemò la corona e uscì sul balcone a guardare la folla nonostante la luce gli ferisse gli occhi.

“Il re è morto. Lunga vita al re!”

#racconti

Il tuffatore di Paestum Museo Archeologico Nazionale di Paestum, luglio 2013

“Forza, andiamo!”

Silvia strinse le pieghe del vestito estivo e non si mosse: non voleva disobbedire a suo padre, ma non voleva nemmeno allontanarsi dalle lastre dipinte.

Mentre osservava la lastra di fronte a lei, raffigurante un uomo che si tuffa da colonne altissime, ripensava alle parole del padre che, pochi minuti prima, le aveva spiegato il significato di quelle immagini che così tanto l’avevano colpita:

“Chi è questa persona, papà?”

“Questo è un uomo che ha vissuto qui vicino tantissimi anni fa. Era il proprietario di queste lastre dipinte, che decoravano la sua tomba”.

“E perché si sta tuffando?”

“Non lo possiamo sapere con sicurezza, queste immagini sono molto antiche…”

“Ma secondo te, perchè si tuffa? È in piscina?”

“Qualcuno dice che queste immagini siano un simbolo”.

“Un simbolo?”

“Sì, rappresentano un’azione che si può paragonare a un’altra più complessa”.

“Quindi il signore non si sta tuffando?”

“Secondo gli studiosi, il trampolino rappresenta le colonne d’Ercole, cioè il confine del mondo, e l’acqua rappresenta la morte. Quindi l’uomo nella figura si sta tuffando nel mare dell’aldilà. Il tuffo è una rappresentazione della morte”.

“Ma poi torna?”

“No, cara, purtroppo quando si muore non si può più tornare indietro”.

Coi suoi sette anni, però, Silvia non riusciva a capire, e continuava rimuginare sulle parole del padre e a osservare le immagini sulla lastra cercando una risposta: se questo “aldilà” è un mondo che si raggiunge a nuoto, perché chi ci arriva non può tornare indietro, o telefonare? E perché una persona dovrebbe volontariamente tuffarsi in un posto da cui non si torna più?

L’anno prima era stata al funerale della nonna e aveva visto le persone che piangevano. Anche lei aveva pianto, ma solo qualche giorno dopo, quando le avevano detto che la nonna non si poteva più andare a trovare perché non c’era più e non sarebbe più tornata.

Avrebbe voluto chiedere a suo padre se anche la nonna era col nuotatore, ma si capiva che ormai il papà si stava spazientendo.

Salutò nella sua mente il nuotatore e la nonna, che forse era lì con lui, e corse dai genitori, stringendo forte le loro mani e sperando di non doverli mai salutare per sempre.

#racconti

Il vento soffiava incessante e freddo; con il suo impeto, aveva spazzato tutte le nuvole dal cielo che ora, limpidissimo, era solcato soltanto da uno stormo di uccelli migratori diretti a Sud. Il sole stava tramontando, tingendo di rosso l’orizzonte e facendo virare al rosa il bianco delle lontane vette innevate. Le ombre ormai si stavano allungando e gli unici rumori erano lo stormire del vento tra le foglie e il frinire delle cicale.

Ai margini del bosco, su un piccolo altopiano erboso che terminava in un declivio, il maestro sedeva in contemplazione di fronte ai suoi tre giovani allievi. Il volto del maestro, un intricato disegno di rughe sottili, era tranquillo; le sue spalle erano distese senza essere curve e il corpo era fermo, rilassato. Eppure, dentro a quell’involucro di statica calma, si percepiva una forte energia, costante e imperturbabile, così intensa da irradiarsi all’esterno. Il maestro sedeva come una montagna. I volti degli allievi erano all’apparenza sereni, ma la linea della bocca era dura, perché la mandibola era un po’ troppo serrata; le loro schiene erano diritte, ma i muscoli tendevano a irrigidirsi. Anch’essi possedevano una calda energia, ma era impetuosa, come il magma ribollente di un vulcano che sta per eruttare. Gli allievi sedevano come un animale pronto a scattare.

Una foglia secca venne spinta dal vento; turbinò, salì, scese, si mosse a spirale fino a posarsi proprio davanti al maestro, che la raccolse e la mostrò agli allievi, attirando la loro attenzione con queste parole: “Come questa foglia, presto noi cadremo. La nostra vita non è meno breve e, al pari di questa foglia, il segno del nostro passaggio svanirà subito”. Posata di nuovo la foglia, che riprese danzando il suo cammino nel vento, il maestro attese in silenzio che i giovani allievi rispondessero.

Huyu parlò per primo: “Tutto muore. La morte è la nostra unica certezza e vivere non è altro che morire istante dopo istante. Niente ha senso, perché, comunque, tutto finirà. Non ha senso soffrire, non ha senso arrabbiarsi, non ha senso abbandonarsi all’intensità delle emozioni. E’ saggio chi non si lascia turbare dalle emozioni. Perché combattere e affannarsi tanto?”

Natu fu il secondo a parlare: “Tutto muore. La morte è la nostra unica certezza e un giorno non saremo che polvere e ogni nostra azione verrà dimenticata. La fine potrebbe giungere in qualunque momento, inutile fare grandi progetti per il futuro. E’ saggio chi prende tutto quel che può, finchè può; che soddisfa i propri istinti senza preoccuparsi delle conseguenze delle proprie azioni. Perchè farsi scrupoli e affannarsi tanto?”

Haru, per terzo, espresse il proprio pensiero: “Tutto muore. La morte è la nostra unica certezza perchè la nostra vita è breve ed effimera, al pari di quella di ogni altro essere vivente che popola questo mondo. Ogni attimo di vita che abbiamo potrebbe essere l’ultimo. E’ saggio chi sfrutta il tempo che ha a disposizione per dare il meglio di sè e vive intensamente ogni attimo della propria esistenza, senza sprecarne alcuno.”

“Quale strada dobbiamo seguire?” Chiesero in fine gli allievi; “Chi è nel giusto, di noi?” “Come distinguere, poi, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato?” “Se tutto finisce, perchè dovrebbero esistere Giusto e Sbagliato?” “Viviamo forse senza uno scopo?” “La strada che scegliamo, è dunque indifferente?”

Passarono i minuti, e il maestro non rispondeva. Sedeva sempre in silenzio, sempre tranquillo, con lo sguardo lontano. Alla fine, quando ormai gli allievi iniziavano a disperare, parlò: “Sentite il vento che vi scompiglia i capelli, che fa rabbrividire la vostra pelle; toccate l’erba bagnata. Guardate le prime stelle nel cielo ancora chiaro. Ascoltate il richiamo della civetta, il canto della madre che calma il suo bambino giù al villaggio. Percepite il vostro respiro e il respiro di ogni altra creatura vivente. La risposta alle vostre domande è nei vostri cuori.”

#racconti

La creatura si muoveva nel bosco, invisibile e silenziosa.

Dall’alba ormai era sulle tracce della preda, ma non desisteva: aveva la pazienza dei cacciatori che attendono il momento giusto per colpire, e la posta in gioco era troppo alta per commettere un errore.

Tenendosi sottovento, la creatura scivolò non vista tra gli alberi che costeggiavano la strada e superò il gruppo di figure che stava seguendo; si stavano avvicinando alla radura, il punto critico in cui sarebbe venuto il momento di scattare e agire tempestivamente.

Aveva studiato a lungo i movimenti del gruppo, quindi sapeva esattamente dove sarebbero passati.

Grugnendo insulti e oscenità, il gruppo di orchi uscì dal sentiero nel bosco e si diresse verso la radura. Stavano pattugliando la zona da due giorni, cercando edifici da depredare. Avevano finalmente scelto come obiettivo il mulino, carico di preziose provviste da riportare alla loro tribù. Un compito semplice per quattro orchi, il cui numero era giustificato più che altro dalla necessità di trasportare il grosso bottino velocemente; uccidere la famiglia di umani che lo occupava sarebbe stato un piacevole bonus che veniva naturalmente col lavoro.

Furono interrotti improvvisamente da un rombo assordante, ma ebbero appena il tempo di sguainare le spade prima di essere investiti da un tronco d’albero. Un orco rimase ucciso sul colpo; due furono spinti oltre i cespugli, dove la radura terminava bruscamente in una scarpata; il quarto rimase intrappolato sotto al tronco, ancora vivo, ma incapace di muoversi.

La creatura saltò fuori dalle ombre e si avvicinò all’orco rimasto, che la guardava con odio e sputava insulti tra un rantolo e un altro.

Un’esile elfa dagli occhi dorati e la pelle bronzea coperta di tatuaggi gli stava puntando alla gola una lama grossolana, ma affilata.

Per un momento, l’elfa considerò la possibilità di lasciare che fosse una lenta agonia ad uccidere l’orco, stupendosi della propria stessa crudeltà.

Poi la sua natura compassionevole ebbe la meglio, e l’elfa prese l’affilato coltello da caccia e ne passò la lama sul collo dell’orco, recidendo di netto la grossa vena sul collo, finendolo.

Il sole stava tramontando e l’elfa volse istintivamente lo sguardo a est, dove, a molte miglia di distanza, sapeva che la gente della sua tribù si stava preparando per la sera.

Per un momento, fu colta dalla malinconia e dal bisogno di tornare a casa. Poi le dure parole del capo tribù le tornarono in mente: “Il tuo odio per gli orchi ti sta avvelenando l’anima. Rinuncia alla tua ossessione, oppure allontanati dalla tribù, prima che tu possa contagiare gli altri”.

Con un sospiro, l’elfa si riscosse. Era giunto il momento di cercarsi un riparo per la notte.

#racconti

Nel bel mezzo di un’estate straordinariamente calda, all’alba, una giovane fidata della guardia cittadina di Waterdeep sedeva nell’ufficio del suo aumarr, il capitano, e teneva le mani sotto alle gambe per evitare di combinare un guaio.

Mara Stormwind, così si chiamava la giovane guardia, stava impiegando tutta la sua forza di volontà per restare composta sulla sedia scomoda, e non gliene rimaneva abbastanza per concentrarsi anche sulle parole dell’aumarr. Il fatto che la finestra fosse aperta certo non aiutava: Mara poteva infatti sentire le giovani reclute che si addestravano nel cortile e, a peggiorare la situazione, un gabbiano si era posato sul davanzale e stava osservando con interesse il retro della testa calva del capitano.

Un clangore di metallo e un’imprecazione particolarmente colorita vennero dal cortile. Mara si morse il labbro per evitare di scoppiare a ridere e il capitano si schiarì la voce, riportando finalmente su di sé l’attenzione della guardia.

“In sostanza, riteniamo che tu sia particolarmente tesa e che questo lavoro non faccia per te”. Disse il capitano, con un tono di voce freddo e formale.

“TESA?!?” Urlò Mara. Poi si rese conto del sopracciglio alzato del capitano e abbassò la voce: “Cosa avrei fatto, esattamente, per sembrare tesa? Ho sempre compiuto il mio dovere egregiamente, signore!” “Hai sbattuto in gattabuia il figlio del funzionario, con un occhio nero, per di più! E stamattina hai preso a calci il cancello!”

“Almeno ha ammesso il reale motivo per cui sono qui…” pensò Mara, poi strinse i pugni, ancora al sicuro sotto alle gambe, e rispose, cercando a fatica di mantenere la calma: “L’imbecille era ubriaco e stava importunando la figlia del fornaio. E non è colpa mia se quel maledetto cancello cigola come una banshee!”.

“L’imbecille…” continuò il capitano con un tono tra il paternalistico e lo scocciato, “è il figlio del nostro più grande benefattore. La caserma del distretto Settentrionale sarebbe in rovina senza di lui. E dormiremmo sulla paglia”.

“Ma…” cercò di dire Mara mentre il capitano prendeva fiato. Il capitano però la ignorò e continuò a parlare: “… Niente ‘ma’. La figlia del fornaio non conta niente e prima o poi dovrà pur crescere! Meglio che impari come gira il mondo da un ragazzotto con alle spalle una famiglia solida. Magari riesce a spillargli anche qualche soldo… E chi mi dice che il cancello non cigola perché continui a colpirlo?”

Il capitano si alzò in piedi, mettendo in fuga il gabbiano e zittendo Mara con un gesto perentorio; poi prese a camminare avanti e indietro per l’ufficio, e disse: “Mi dispiace, ragazza, tu sei indubbiamente molto abile e ti impegni. Ma la Città degli Splendori non fa per te. La sicurezza, qui a Waterdeep, si mantiene anche con una buona dose di diplomazia. Bisogna saper chiudere un occhio, ogni tanto…”

Mara non stava più ascoltando. Le parole del capitano sembravano provenire da lontano ed erano soffocate dal rumore assordante dei suoi pensieri. Cosa avrebbe fatto adesso? I suoi pochi risparmi le avrebbero a malapena permesso di vivere nel distretto del Porto. E cosa avrebbe detto ai suoi genitori? Aveva lasciato Longsaddle promettendo che sarebbe tornata con un grado militare, una divisa e una bella paga. Già immaginava il loro sguardo deluso, mentre se ne tornava con la coda tra le gambe…

“Ahem…” l’aumarr interruppe i suoi pensieri schiarendosi la voce “Per il tuo servizio nella guardia cittadina, hai diritto come congedo a una piccola somma di denaro e a dell’equipaggiamento di qualità. Potrai ritirarli nell’armeria, dove consegnerai la divisa e l’armatura”.

Le parole del capitano erano gentili, tuttavia, i suoi gesti di impazienza indicavano che era giunto il momento di andarsene.

Mara salutò il capitano, pronunciando per l’ultima volta il tradizionale saluto della guardia cittadina, poi si diresse a testa bassa presso l’armeria a ritirare il congedo, e infine nel dormitorio, dove teneva i suoi effetti personali.

Mentre preparava lo zaino, Mara si rese conto che lo sconforto iniziale stava già cedendo il passo alla curiosità di una nuova avventura.

Non era certo una persona diplomatica, o un’esperta di intrighi, ma era onesta, di buon cuore e molto abile con la spada. Non sarebbe stato difficile trovare un lavoro fuori dalle mura.

Salutati i compagni e raccolto il suo equipaggiamento, Mara uscì nel cortile, si assicurò che non ci fosse nessuno e assestò un ultimo calcio al cancello. Poi uscì in strada, lasciandosi per sempre alle spalle la caserma.

#racconti

“Un rifugio senza un camino non è posto per dormire”, brontolò Eldeth tra sé e sé, sdraiata sul sacco a pelo. “Gli avventurieri sono tutti pazzi!” continuò, alzandosi lentamente e muovendo la testa a destra e sinistra per sciogliere i muscoli del collo.

Da quando era partita, le capitava di parlare da sola. Il nonno Theban lo faceva spesso, nelle lunghe giornate d’inverno ad Adbar, ma Eldeth preferiva pensare che la causa di questa strana abitudine fosse la solitudine.

Il vento ululava e la pioggia martellava incessante sulla tenda, contribuendo non poco a peggiorare il suo umore già compromesso.

Con un sospiro, Eldeth si preparò ad eseguire una versione semplificata del rituale del mattino: abluzioni, preghiere e meditazione in onore di Berronar Truesilver, che la nana eseguì con cura, nonostante lo spazio limitato della tenda e il clima impietoso.

Cresciuta nel tempio, con le sue stanze accoglienti, le coperte morbide e il cibo abbondante e cucinato con maestria, Eldeth non si sentiva preparata ad affrontare la vita dell’avventuriero. L’umidità le faceva venire male al collo, la birra delle taverne era disgustosa, e aveva scoperto di avere una fastidiosissima allergia al fieno, che in superficie si trovava in grandi quantità.

Eldeth scosse la testa, si grattò la barba che cresceva ai lati del mento, e si preparò a mettersi in cammino: dubitare delle sue capacità significava dubitare della visione che le aveva mandato la dea. A costo di percorrere tutto Faerûn a piedi, avrebbe trovato l’antica statuetta e l’avrebbe riportata al tempio, proprio come Berronar le aveva mostrato in sogno.

#racconti